Controfase

Tecnopolitica e guerra cognitiva: il potere secondo le Big Tech

Cervello e Big Tech

Questo articolo nasce da un’urgenza: raccogliere, rielaborare e approfondire le intuizioni di Asma Mhalla, politologa franco-tunisina e docente a Sciences Po, intervistata da Paolo Giordano nel suo articolo apparso su “La Lettura” (Corriere della Sera – marzo 2025).

 

Non voglio soltanto comprenderle, quelle intuizioni: voglio rifletterci sopra, lasciarle sedimentare e – se possibile – non dimenticarle. Perché se oggi la guerra si combatte nella nostra mente, è proprio da lì che dobbiamo iniziare a resistere.

Mhalla, autrice del libro “Tecnopolitica” da poco uscito, ci invita a una rilettura del nostro rapporto con la tecnologia e il potere.

 

La tecnologia non è più uno strumento neutro, ma un potere che plasma le narrazioni, orienta le decisioni, controlla il dissenso. E noi, cittadini apparentemente liberi, siamo al tempo stesso spettatori, vittime e – forse – anche soldati.

Non c’è nulla di nuovo in quello che sta succedendo (…) Nulla di nuovo nelle azioni di Trump e di Musk. Era già tutto qui disponibile per chiunque. Ma i politici europei sono stati a lungo ciechi e codardi e incapaci. Il paradosso di Trump è di essere un grande mentitore, ma con le sue menzogne di dire anche delle verità. Ci sta costringendo a cambiare prospettiva. Forse capiremo una volta per tutte che in Europa siamo soli, che la Nato e la protezione degli Stati Uniti erano narrazione fasulle che siamo invece completamente dipendenti dalla tecnologia americana e in parte da quella cinese. Lo shock di Trump non viene dalla novità che porta ma dal trovarsi per la prima volta di fronte alla realtà come gli uomini di Platone fuori dalla caverna.

Guerra informativa: l’arma invisibile del XXI secolo.

La guerra non si combatte più solo con i carri armati, ma con i feed di Twitter/X, gli algoritmi di TikTok e le strategie di distrazione continua. È la guerra informativa, un conflitto in cui la manipolazione dell’opinione pubblica diventa un obiettivo strategico.

Il concetto non è nuovo: già durante la Guerra Fredda, le “psy ops” — operazioni psicologiche — erano parte integrante delle strategie belliche. Ma oggi, grazie ai social media, questa forma di guerra è capillare, costante e globale.

Mhalla ci porta un esempio: la guerra in Ucraina è stata il vero punto di svolta. Non solo per i bombardamenti o gli scontri militari, ma per la narrazione globale che l’ha accompagnata. Dalle campagne digitali su TikTok ai deepfake della Tour Eiffel bombardata, ogni evento veniva trasformato in contenuto progettato per scatenare emozioni, condizionare reazioni, fabbricare consenso o paura.

Ed è qui entra in gioco la tecnopolitica: non è più solo questione di chi possiede le armi, ma di chi controlla i flussi informativi.

 

Tecnologia totale: la nuova ideologia del potere

Il concetto di tecnologia totale, al centro della visione di Mhalla, indica un paradigma in cui la tecnologia non è più uno strumento tra gli altri, ma l’infrastruttura dominante di ogni ambito della vita: politica, cultura, economia, educazione.

Pensatori come Martin Heidegger e Jacques Ellul avevano già individuato nella tecnica una forza totalizzante.

 

Nel saggio “La questione della tecnica”, Heidegger descrive la tecnica moderna come un modo di “svelare” il mondo: natura (esseri umani compresi) viene ridotto a risorsa da sfruttare. Questo atteggiamento lo chiama Gestell (impianto), una sorta di struttura mentale che ci fa vedere tutto come “a disposizione”. Il pericolo? Che l’uomo smetta di interrogarsi sul senso dell’essere e perda la libertà di rapportarsi al mondo in altri modi, più autentici.

 

Ellul invece parla di una “società tecnicizzata” in cui la tecnica diventa autonoma: non è più guidata da valori o scopi umani, ma si sviluppa per sua logica interna, cercando sempre la soluzione più efficiente (automatismo tecnico). La tecnica, per Ellul, ha un potere totalizzante: invade ogni ambito della vita (politico, sociale, etico) e ci illude di poter risolvere ogni problema tecnicamente, spegnendo il dibattito morale e politico.

 

Mhalla: la tecnologia come progetto ideologico

Ci sono molte ideologie in circolazione: di destra, di sinistra, il woke, il Maga… La tecnologia totale si colloca a un livello superiore a tutte.
Non riguarda l’essere a favore o contro qualcosa ma l’avere i mezzi tecnologici per ottenere il controllo assoluto. Sulla politica, sulla geopolitica, sulle nostre vite, sui nostri cervelli. Ormai da tempo i giganti del tech non sono solo attori economici. sono attori ideologici e gli algoritmi non sono soltanto intrisi di pregiudizi sono costruiti deliberatamente secondo un disegno ideologico.

La “tecnologia totale” non è più solo un rischio astratto: è una realtà concreta, governata da attori privati che influenzano la vita pubblica con logiche opache, spesso autoritarie, sempre ideologiche.

 

L’AI Act europeo: regolazione o illusione?

Nel contesto delineato da Asma Mhalla, la questione della regolamentazione tecnologica non può non menzionare l’AI Act dell’Unione Europea, il primo tentativo al mondo di normare in modo sistemico l’intelligenza artificiale. L’AI Act rappresenta una delle risposte politiche più concrete e ambiziose al dominio crescente della tecnologia totale. Approvato dal Parlamento Europeo nel 2024, il regolamento si propone di classificare i sistemi di intelligenza artificiale in base al rischio che comportano per i diritti fondamentali e la sicurezza dei cittadini.

 

Questo approccio si ispira a una visione precauzionale e antropocentrica dell’innovazione, in netto contrasto con l’impostazione americana — dominata dalla logica dell’innovazione rapida e della deregolamentazione — e con quella cinese, in cui lo Stato utilizza la tecnologia come strumento di controllo.

 

Tuttavia, il problema evidenziato da Mhalla resta ineludibile: il vero cuore della questione non risiede a valle, nei sistemi o nei dataset, ma a monte, nella natura giuridica e geopolitica dei soggetti che sviluppano tali tecnologie.

L’AI Act, pur avanzato, non scardina il paradigma per cui aziende come OpenAI, Google o Meta — attori privati, con interessi commerciali e ideologici — continuano ad avere un’influenza strutturale sulla sfera pubblica globale.

Il problema non è l’etica di cui si discute in Europa ovvero come costruire i dataset e gli algoritmi, tutto l’insieme di norme che il parlamento discute… è un approccio infantile. Il vero punto è a monte, è lo stato giuridico dei giganti del tech che sono tutti privati. Musk ha il diritto di manipolare l’algoritmo di X come vuole perché è suo ma non puoi essere un Player privato quando possiedi dei servizi pubblici di tale entità e importanza. Non ha alcun senso.

In questo senso, l’AI Act è utile ma insufficiente: rischia di diventare un esercizio normativo senza impatto se non è accompagnato da una ridefinizione del potere giuridico e politico delle piattaforme.

 

Psy ops e il rumore costante dei media

In un’epoca di informazione permanente, il nostro cervello è il primo campo di battaglia.

Mhalla richiama un concetto usato dai militari: psy ops, ovvero operazioni psicologiche. L’obiettivo non è più quello di convincere, ma di confondere, saturare, destabilizzare.

Il rumore costante dei media è il primo ostacolo da superare.  — A. Mhalla

 

Le notizie si susseguono così rapidamente che non c’è più tempo per l’analisi: i media inseguono gli eventi, si trasformano in eco senza filtro. Trump, Musk, TikTok, guerre e algoritmi si fondono in un flusso ininterrotto. La mente non regge. E così “ci si ammala”, cognitivamente e simbolicamente.

 

Mhalla suggerisce una strategia pratica: aspettare 5 secondi prima di condividere qualsiasi contenuto. Un modo per attivare il sistema 2 del cervello — quello lento, razionale — e non farsi travolgere dal primo impulso emozionale (sistema 1). Un gesto minimo, ma potentemente sovversivo.

 

Big Citizen: una risposta possibile

Se esistono i Big Tech e il Big State, per Mhalla serve ora un Big Citizen: un cittadino consapevole di essere soldato in una guerra informativa invisibile, ma onnipresente. Un cittadino che capisce che ogni azione online — anche apparentemente banale — è parte di un gioco geopolitico.
Il Big Citizen è colui che impara a decifrare i segnali, che si difende dalla manipolazione, che costruisce alleanze e narrazioni alternative. È un nuovo tipo di soggetto politico, capace di abitare la complessità digitale senza esserne prigioniero.

La guerra in corso non è fatta solo di armi, dati, software. È una battaglia per la percezione, per la capacità di distinguere il vero dal falso, il reale dall’iperreale. La vera posta in gioco è la libertà cognitiva.

In questo scenario, Asma Mhalla ci invita a un compito titanico ma necessario: rallentare, selezionare, ragionare. Recuperare l’autonomia mentale come primo atto di resistenza. Perché, come ci ricorda lei stessa, anche se si è consapevoli della guerra informativa, anche se la si studia per mestiere, si è comunque soggetti alla sua influenza. Ci infetta. Ma non siamo condannati. La realtà è plastica. Possiamo ancora modellarla.

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Fonte: “La Lettura” – Corriere della Sera – marzo 2025  articolo di Paolo Giordano.

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