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Gig economy in Africa: il volto nascosto del lavoro digitale

Rider Uber Eats con zaino verde e bici elettrica pronto per consegna a domicilio in centro città

1. La crescita della gig economy nelle città africane

Negli ultimi anni, la gig economy è emersa come uno dei fenomeni più visibili nei centri urbani africani. Città come Lagos, Nairobi e Johannesburg brulicano di motociclisti, autisti e fattorini che lavorano tramite app digitali, inseguendo la promessa di un lavoro flessibile e di un guadagno indipendente. Tuttavia, dietro l’immagine scintillante di innovazione e progresso si nasconde una realtà fatta di precarietà, sfruttamento e disuguaglianze, in continuità con le forme storiche di sfruttamento del lavoro sul continente africano.

2. Il mito della flessibilità e la realtà dei lavoratori gig

A livello narrativo, la gig economy è stata presentata come un veicolo di emancipazione, capace di abbattere le barriere d’accesso al mondo del lavoro e di trasformare giovani disoccupati in imprenditori autonomi. Governi e piattaforme tecnologiche hanno alimentato questo mito, preferendo raccontare storie di successo individuale piuttosto che affrontare i problemi strutturali di disoccupazione e mancanza di tutele sociali. Tuttavia, molti lavoratori gig non sperimentano l’indipendenza promessa: si trovano intrappolati in cicli di debito per acquistare veicoli, pagano commissioni elevate e restano senza reti di protezione in caso di malattia o guasti tecnici.

3. Uber, Bolt e il controllo delle piattaforme digitali

Il caso degli autisti di Uber e Bolt è emblematico. Le piattaforme digitali fissano le regole, determinano i prezzi e possono espellere i lavoratori con un semplice clic, senza spiegazioni né compensazioni. Anche gli aumenti delle tariffe per gli utenti finali spesso non si traducono in maggiori guadagni per gli autisti, ma solo in profitti extra per le aziende. Di fronte a queste ingiustizie, negli ultimi anni sono scoppiati scioperi e proteste in Kenya, Nigeria e Sudafrica, con i lavoratori che chiedono una riduzione delle commissioni e il riconoscimento formale del loro status di dipendenti, non di meri “partner”.

Se ci si sposta dal mondo fisico a quello digitale, il quadro non migliora. Le piattaforme di lavoro remoto, come Upwork e Remotasks, collegano lavoratori africani a mansioni come la trascrizione o l’annotazione di dati per intelligenze artificiali. Queste attività, apparentemente accessibili e globali, si traducono nella pratica in una corsa al ribasso dove i lavoratori competono per paghe minime, eseguendo mansioni monotone e invisibili. Nonostante la loro centralità nella costruzione di dataset globali, questi lavoratori rimangono anonimi e senza riconoscimento.

4. Le radici coloniali dello sfruttamento del lavoro africano

Per comprendere pienamente l’attuale configurazione della gig economy africana, è fondamentale guardare al passato coloniale. Durante l’epoca coloniale, le potenze europee accumularono enormi ricchezze affidando agli africani le mansioni più pericolose, faticose e sottopagate. Nelle miniere d’oro e diamanti del Sudafrica, gli operai lavoravano in condizioni estremamente rischiose, spesso senza adeguate protezioni, vivendo in dormitori aziendali lontani dalle loro famiglie. Sulle piantagioni di gomma in Congo, migliaia di uomini, donne e bambini furono costretti a raccogliere caucciù sotto minaccia di violenze, mutilazioni e punizioni collettive, un orrore denunciato già a inizio Novecento da personalità come E.D. Morel e Roger Casement. Le ferrovie, necessarie per spostare risorse dall’entroterra ai porti, vennero costruite sfruttando lavoro forzato africano, spesso a costo di enormi perdite di vite umane a causa di malattie, incidenti e malnutrizione. Non si trattava solo di fatica fisica: le compagnie coloniali imponevano ai lavoratori di vivere in alloggi di proprietà aziendale, comprare beni di prima necessità nei negozi aziendali e accedere a prestiti a condizioni usuraie, intrappolandoli così in cicli infiniti di debito e dipendenza. Questo schema, che gli storici definiscono “estrattivo”, non si limitava all’estrazione di materie prime, ma comprendeva anche lo sfruttamento della forza lavoro africana per arricchire capitali stranieri. Secondo lo storico Walter Rodney, nel suo influente libro How Europe Underdeveloped Africa (1972), questo sistema coloniale non solo ha impoverito il continente, ma ha anche deformato le sue economie locali, rendendole funzionali agli interessi europei piuttosto che ai bisogni della popolazione africana. Questa storia di estrazione economica e sfruttamento è il contesto necessario per capire perché, ancora oggi, lo sviluppo tecnologico sul continente rischia di replicare antichi modelli di subordinazione anziché romperli.

5. Lavoratrici nella gig economy: invisibilità e doppia discriminazione

Un aspetto spesso trascurato è l’esperienza delle donne nella gig economy. Mentre gli uomini dominano settori più visibili come le consegne e il trasporto passeggeri, le donne si concentrano nei micro-lavori digitali, che offrono paghe inferiori e tutele inesistenti. Le lavoratrici devono affrontare sfide aggiuntive: nel lavoro fisico, si trovano esposte a molestie sessuali e a rischi per la sicurezza, mentre nel lavoro digitale sono spesso sottopagate o svalutate rispetto ai colleghi uomini. Inoltre, la retorica della “flessibilità” spesso maschera il fatto che le lavoratrici devono garantire una disponibilità costante, senza supporto per maternità o responsabilità familiari.

6. Resistenza, diritti e futuro del lavoro digitale africano

Il quadro complessivo rivela una dinamica di sfruttamento che affonda le radici in epoche precedenti, ma non bisogna pensare che i lavoratori gig africani siano vittime passive. Al contrario, in vari paesi stanno emergendo forme di resistenza e solidarietà. In Nigeria, i freelancer digitali hanno creato blacklist di datori di lavoro scorretti; in Kenya, gli scioperi degli autisti hanno portato Uber a ridurre temporaneamente le commissioni dal 25% al 18%; in Sudafrica, i rider stranieri hanno formato sindacati informali per rivendicare migliori condizioni e difendersi dagli abusi delle autorità. Queste reti non servono solo a coordinare proteste, ma anche a fornire supporto reciproco, come raccolte fondi per spese mediche o condivisione di informazioni vitali.

La glorificazione culturale del “fare hustle”, ossia arrangiarsi e lavorare senza sosta per emergere, contribuisce a legittimare questo sistema, spingendo i lavoratori a interiorizzare la precarietà come normale e persino meritoria. Le piattaforme tecnologiche e gli investitori amplificano questa narrativa, presentandosi come promotori di progresso sociale. Ma la domanda cruciale è: chi trae realmente beneficio da questo modello? Senza interventi regolatori, la risposta rischia di essere sempre la stessa: non i lavoratori.

Per evitare che l’economia digitale africana si trasformi in un gigantesco sweatshop virtuale, sono necessarie riforme urgenti. I governi devono introdurre salari minimi, tutele sanitarie e meccanismi legali per risolvere le controversie. Le piattaforme devono assumersi responsabilità, smettendo di scaricare rischi e costi sui lavoratori. E, soprattutto, bisogna riconoscere i gig worker come lavoratori a tutti gli effetti, dotati di diritti e non relegati a uno status ambiguo di “micro-imprenditori” o “collaboratori”.

L’Africa ha una lunga storia di sfruttamento del lavoro, e la gig economy ne rappresenta solo l’ultima incarnazione. Tuttavia, i segni di resistenza mostrano che un altro percorso è possibile. Che si tratti di un autista che mobilita i colleghi su WhatsApp, di un moderatore digitale che denuncia abusi o di un rider che si unisce a un sindacato informale, queste azioni costituiscono un mosaico di lotte per un futuro più equo. La prossima volta che ci si affida a un servizio digitale africano, vale la pena riflettere su chi sta realmente beneficiando del lavoro svolto. Senza una trasformazione strutturale, il rischio è che l’Africa digitale finisca per ripetere gli stessi errori e ingiustizie del passato.

La gig economy è un modello lavorativo in cui i lavoratori sono impegnati in attività a breve termine, solitamente tramite piattaforme digitali. Questi lavori, che spaziano dalla guida di autisti a lavori di freelance, sono caratterizzati da una grande flessibilità, ma anche da una mancanza di stabilità e di tutele, come la malattia o la pensione.

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Fonte: https://africasacountry.com/2025/02/the-gig-economys-false-promise

Jennifer D. Daniel, autrice dell’articolo originale su Africa is a Country, è una giornalista e scrittrice con un interesse particolare per le dinamiche sociali, economiche e politiche in Africa. Ha approfondito temi come l’urbanizzazione e il cambiamento economico nel continente, con uno sguardo critico sulle nuove forme di sfruttamento, come nel caso della gig economy

Corriere food delivery con zaino termico giallo in ascensore pronto per la consegna
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