Nel dibattito pubblico contemporaneo la tecnologia viene spesso raccontata come una forza inevitabile, quasi naturale. Innovazione, automazione, intelligenza artificiale: parole che evocano progresso, efficienza e futuro. Ma cosa accade se smettiamo di guardare alla tecnologia come a qualcosa di neutrale e iniziamo a leggerla come parte del sistema economico che la produce?
È proprio da questa domanda che prende forma la critica radicale di Jathan Sadowski, uno dei più lucidi analisti del capitalismo tecnologico contemporaneo.
Tecnologia e capitalismo: perché non sono separabili
Uno dei punti centrali del pensiero di Sadowski è il rifiuto della separazione tra tecnologia e capitalismo. Non esiste, secondo lui, una “tecnologia pura” che viene poi usata bene o male a seconda delle circostanze. Le tecnologie che plasmano le nostre vite nascono all’interno di specifiche relazioni di potere, orientate all’estrazione di valore, al controllo e alla crescita del profitto.
Smart city, piattaforme digitali, sistemi di intelligenza artificiale: non sono semplicemente strumenti avanzati, ma infrastrutture economiche progettate per rispondere agli interessi di aziende, investitori e Stati. In questo senso, parlare di “capitalismo tecnologico” non significa sommare due concetti distinti, ma riconoscere un sistema unico, una macchina che funziona solo se tecnologia e capitale si rafforzano a vicenda.

L’ideologia dell’innovazione inevitabile
Un altro bersaglio ricorrente della critica di Sadowski è la narrazione dominante dell’innovazione. Ogni nuova tecnologia viene presentata come inevitabile, necessaria, intrinsecamente positiva. Se qualcosa può essere fatto, allora deve essere fatto.
Se il futuro è già scritto, non resta che adattarsi. In questo modo, decisioni profondamente politiche – come quali tecnologie finanziare, quali problemi affrontare e quali ignorare – vengono mascherate da scelte tecniche o da semplici “evoluzioni naturali”.
Sadowski ci invita a riconoscere che l’innovazione non è un processo spontaneo: è direzionata, selettiva, e spesso orientata più alla monetizzazione che al benessere collettivo.
Lo Stato come motore nascosto del capitalismo tecnologico
Governi e istituzioni pubbliche non si limitano a regolamentare le tecnologie digitali: ne sono spesso promotori attivi, finanziatori e primi utilizzatori. Dalle infrastrutture di sorveglianza urbana ai sistemi di gestione algoritmica dei servizi pubblici, molte innovazioni vengono sperimentate e legittimate proprio all’interno della sfera pubblica.
In nome dell’efficienza, della sicurezza o dell’ottimizzazione delle risorse lo Stato contribuisce a normalizzare pratiche di raccolta dati, automazione decisionale e controllo, trasformando funzioni pubbliche in campi di estrazione di valore. In questo processo, le infrastrutture tecnologiche diventano durevoli, difficili da rimuovere e politicamente opache, creando una dipendenza strutturale da fornitori privati e riducendo gli spazi di deliberazione democratica. La tecnologia, così, non rafforza automaticamente il bene pubblico: al contrario, rischia di riconfigurarlo secondo le logiche del mercato e della governance tecnocratica
Le “scatole nere” del potere digitale e degli algoritmi
Molte delle tecnologie che utilizziamo quotidianamente funzionano come scatole nere. Conosciamo ciò che entra e ciò che esce, ma non i meccanismi interni, né gli interessi che li governano. Algoritmi di raccomandazione, sistemi di valutazione, modelli predittivi: operano in modo opaco, sottraendo potere decisionale agli individui e concentrandolo in poche mani.
Per Sadowski questa opacità non è un difetto accidentale, ma una caratteristica strutturale del capitalismo tecnologico. Più un sistema è incomprensibile, più è difficile metterlo in discussione, regolarlo o rifiutarlo.
Lavoro, dati e sfruttamento invisibile
Contro il mito dell’automazione totale, Sadowski mostra come il capitalismo tecnologico continui a dipendere profondamente dal lavoro umano. Spesso si tratta di lavoro nascosto, precarizzato o sottopagato: moderatori di contenuti, annotatori di dati, lavoratori delle piattaforme.
Allo stesso tempo, i dati prodotti dagli utenti diventano una nuova forma di materia prima. Non siamo solo consumatori, ma produttori involontari di valore, costantemente tracciati, analizzati e monetizzati. In questo senso, il capitalismo tecnologico non elimina il lavoro: lo trasforma e lo rende meno visibile.
Recuperare il senso del luddismo
Uno degli aspetti più interessanti del pensiero di Sadowski è la rivalutazione del luddismo, liberandolo dal rifiuto della tecnologia. I luddisti storici non erano contrari alle macchine in sé, ma alle condizioni sociali ed economiche che quelle macchine imponevano.
Sadowski propone una figura doppia: il meccanico e il luddista. Il primo comprende come funzionano le tecnologie; il secondo si chiede perché esistono, chi ne trae beneficio e se meritano di essere mantenute. Solo unendo queste due prospettive è possibile sviluppare una critica efficace.
Essere “luddisti” oggi non significa rifiutare ogni tecnologia, ma riconquistare il diritto di dire no, di smontare, di rifiutare sistemi che producono più danni che benefici.
Forse il messaggio più potente della critica di Sadowski è questo: il futuro tecnologico non è inevitabile. Le tecnologie sono il risultato di scelte politiche, economiche e culturali. Possono essere progettate diversamente, o non essere progettate affatto.
Rifiutare il capitalismo tecnologico non significa nostalgia o tecnofobia. Significa chiedersi non solo cosa una tecnologia può fare, ma per chi, a quale costo e a beneficio di chi.
In un’epoca in cui la tecnologia viene spesso presentata come soluzione a ogni problema, la critica radicale di Jathan Sadowski ci ricorda una verità scomoda ma necessaria: non esistono soluzioni tecniche a problemi politici.
Fonti
- The Mechanic and the Luddite: A Ruthless Criticism of Technology and Capitalism – J. Sadowski, 2025
- Too Smart: How Digital Capitalism Is Extracting Data, Controlling Our Lives, and Taking Over the World – J. Sadowski, 2020
- Recensioni e interviste pubblicate su Red Pepper e Guerre di Rete
