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“La guerra è pace”: analisi del capitolo 9 di 1984 di George Orwell

Nel mese di settembre ho scritto un articolo sulla prima parte di “1984” di Orwell e oggi, invece, mi vorrei concentrare su uno dei capitolo che ritengo tra i più interessanti di tutto il libro; mi riferisco al capitolo 9.
 
Il libro che Winston legge nel capitolo 9 di 1984 si intitola “Teoria e pratica del collettivismo oligarchico”. Questo testo è attribuito a Emmanuel Goldstein, una figura enigmatica nel romanzo, che viene presentato come l’ex membro del Partito Interno diventato il leader di una supposta resistenza, la Fratellanza.

E’ probabile che Goldstein non esista realmente e che il Partito abbia inventato la sua figura come parte di una strategia per mantenere il controllo sociale e per trovare i dissidenti.

Uno dei capitoli più significativi che Winston legge è intitolato “La guerra è pace”, riflessione sulla natura della guerra perpetua nel mondo distopico in cui vive. Questo capitolo spiega, appunto, il significato di uno degli slogan chiave del Partito: “La guerra è pace”.

Esaminiamo i punti principali e il loro significato all’interno della narrazione:

1 – Il concetto di guerra perpetua e il suo significato nel mondo distopico di 1984

Il capitolo spiega che le tre superpotenze mondiali – Oceania, Eurasia e Estasia – sono impegnate in una guerra continua, ma nessuna di esse ha la capacità o l’intenzione di sconfiggere le altre. Le guerre non mirano a un risultato finale di vittoria o conquista, ma sono piuttosto un modo per mantenere lo status quo.

Il mondo è diviso in blocchi stabili, dove nessuna potenza può ottenere un vantaggio decisivo sugli altri, poiché tutti possiedono arsenali e risorse simili. In questo modo, la guerra non riguarda più la vittoria, ma diventa uno strumento di controllo sociale.

La guerra come strumento per rafforzare il partito in 1984

La guerra viene quindi presentata non come un conflitto esterno tra nazioni rivali, ma come un meccanismo per mantenere la stabilità interna. La tensione costante della guerra aiuta il Partito a controllare la popolazione, perché un popolo in costante stato di allarme e paura è più incline ad accettare l’autorità assoluta del governo. L’odio verso il nemico esterno unisce il popolo e rafforza il suo legame con il Partito, minimizzando il rischio di ribellioni interne.

2 – La guerra come strumento di controllo sociale e stagnazione economica

Un’altra funzione della guerra perpetua è il consumo continuo di risorse senza che esse migliorino la vita della popolazione. Secondo il Partito, la guerra ha lo scopo di distruggere beni e risorse, impedendo che vi sia una sovrapproduzione. Questo mantiene la popolazione in uno stato di povertà costante e impedisce la formazione di una classe media prospera che potrebbe diventare una minaccia per il governo.

Come viene spiegato nel libro, se i beni fossero distribuiti equamente, la società si emanciperebbe e il Partito perderebbe il controllo. Perciò, la guerra serve a mantenere l’ineguaglianza e l’ingiustizia sociale.

3 – La distruzione delle frontiere concettuali

Il capitolo spiega anche che il concetto stesso di “guerra” è stato alterato. La guerra moderna, come descritta nel libro, non ha più i connotati tradizionali di grandi battaglie o cambiamenti territoriali significativi.

È uno stato di conflitto costante che coinvolge solo aree periferiche e la maggior parte della popolazione vive lontano dalle zone di guerra reali. L’importanza del conflitto, quindi, non è tanto la guerra in sé, ma il mantenimento di uno stato mentale di guerra nella popolazione.

4 – La manipolazione della realtà e il bipensiero: la verità riscritta dal partito

Il Partito utilizza la guerra anche come strumento per manipolare la verità. Cambiando continuamente alleanze e nemici, il Partito riscrive la storia in tempo reale, facendo sì che la popolazione creda che il nemico di oggi sia sempre stato il nemico.

Quando Winston legge il libro, si rende conto di come le persone non riescano a vedere le contraddizioni nelle affermazioni del Partito perché la memoria è costantemente rielaborata. Questo aspetto è parte del controllo della realtà che il Partito esercita, sintetizzato nel concetto di “bipensiero“.

Il bipensiero consente agli individui di accettare i paradossi illogici del Partito senza provare dissonanza cognitiva. Ad esempio, gli slogan come: “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza” – incarnano il bipensiero.

Il Partito riscrive continuamente la storia, modificando i fatti per adattarli alle sue narrazioni attuali.

Il bipensiero impedisce alla popolazione di vedere le incongruenze tra le politiche del Partito e la realtà quotidiana, questo rafforza l’obbedienza cieca e la lealtà al sistema. Se si accettano contraddizioni come vere, diventa impossibile formulare un pensiero critico che possa sfidare l’autorità.

5 – Il paradosso di “La guerra è pace” e il mantenimento della gerarchia sociale

Il concetto di “La guerra è pace” si basa su un paradosso intenzionale. La guerra, che per definizione dovrebbe essere uno stato di conflitto e distruzione, è utilizzata dal Partito per mantenere la pace interna e la stabilità.

Il Partito, attraverso la guerra perpetua, impedisce il cambiamento sociale e politico, mantenendo così una sorta di “pace” forzata in cui non vi è dissenso. In questo senso, la guerra diventa sinonimo di pace: la pace del dominio assoluto del Partito e della mancanza di conflitti interni.

6 – La gerarchia sociale immutabile

Nel capitolo viene anche approfondito il concetto di gerarchia sociale. Il mondo di 1984 è diviso in tre classi: l’Alto (il Partito interno), il Medio (il Partito esterno) e il Basso (i Prolet). La guerra perpetua è uno strumento per mantenere intatta questa struttura sociale.

Finché le risorse sono concentrate nelle mani del Partito e non vi è alcuna mobilità sociale, il sistema di potere rimane stabile. La guerra serve a giustificare la povertà e la repressione della maggioranza, impedendo qualsiasi cambiamento che possa mettere in discussione il dominio del Partito.

7 – Potere fine a se stesso: l’obiettivo del partito in 1984

Infine, uno dei punti centrali che emerge è l’idea che il vero obiettivo della guerra, così come di tutto il sistema di controllo del Partito, è il potere fine a se stesso. Non si tratta di mantenere il benessere del popolo o di difendere un’ideologia, ma semplicemente di esercitare il potere.

Il Partito non è interessato alla vittoria in senso militare, ma alla perpetuazione di un sistema di oppressione in cui la guerra diventa un mezzo per legittimare la sua esistenza e il suo dominio.

In conclusione questa parte del libro ci porta a riflettere sulla natura del totalitarismo e sul modo in cui la manipolazione della verità diventa uno strumento per perpetuare il potere assoluto.

Non è un capitolo facile, lo ammetto. Le parole di Goldstein sono dense, a tratti ripetitive, ma ogni frase è un pezzo di un puzzle più grande.

Orwell ci sta chiedendo di essere lettori attivi, di non lasciarci trascinare dalla storia, ma di affrontarla con spirito critico ed è proprio qui che risiede il vero valore di questo capitolo: nella sua capacità di scuotere la nostra coscienza.

Cosa possiamo portarci via dalla lettura di questo capitolo? Una domanda che Orwell ci sussurra tra le righe: siamo davvero liberi? E cosa significa libertà in un mondo che manipola la realtà, il linguaggio e perfino i nostri pensieri?

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