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Controfase

Pievani al Festival filosofia: “Siamo figli della fine del mondo degli altri”

Ho guardato su YouTube l’intervento che Telmo Pievani ha tenuto all’ultimo Festival della Filosofia e, come spesso accade quando lo ascolto, mi ha catturata fin dai primi minuti. Alla fine avevo la testa piena di domande e la voglia di mettere per iscritto tutto ciò che avevo sentito. Questo articolo nasce da lì: quello che leggerete non è una trascrizione, ma i punti principali del suo ragionamento, ricostruiti a modo mio.

Vi invito a leggere con calma fino in fondo, perché la frase che dà il titolo all’articolo (“Figli della fine del mondo degli altri”) prende significato man mano che si procede.

Locandina della lezione magistrale di Telmo Pievani sull’estinzione, Festival Filosofia 2026, Sassuolo, 19 settembre ore 18

Cuvier, Lyell e Darwin: la storia di un’idea scomoda

Tutto comincia a Parigi. All’inizio dell’Ottocento Georges Cuvier studiava i fossili del bacino parigino. Leggeva i sedimenti antichissimi della Terra, quelli che il fiume scava, e notò uno schema che si ripeteva.

Vide che per lunghi periodi si trovavano le stesse faune e le stesse flore. Poi una sottile cesura scura interrompeva lo strato. Sopra comparivano animali e piante completamente diversi.

Cuvier spiegò questo fenomeno in chiave creazionista e catastrofista. Ci furono periodi di stabilità voluti dal Creatore, interrotti poi da grandi diluvi. L’ultimo grande diluvio sarebbe proprio il diluvio universale, da cui viene fuori la storia raccontata nella Bibbia e la nostra storia.

La spiegazione fu rifiutata, ma le cesure sono rimaste. Ancora oggi servono ai paleontologi per distinguere periodi come il Permiano o il Mesozoico.

Per più di un secolo, però, l’approccio di Cuvier fu messo da parte. Nella geologia britannica dominava un altro pensiero, quello di Charles Lyell, con il gradualismo e l’attualismo.

Per l’attualismo non ci dobbiamo basare su cause eccezionali, come il diluvio universale, per spiegare i cambiamenti della Terra. Ci dobbiamo basare su quello che vediamo oggi in azione, ovvero la sedimentazione e l’erosione. Queste sono forze che agiscono lentamente. Il catastrofismo francese venne bollato come “pigrizia intellettuale”.

Darwin abbracciò la visione di Lyell. Rifiutò l’idea di un’evoluzione caratterizzata da catastrofi (o salti). Nonostante questo, essendo anch’egli un paleontologo-geologo, vide che il registro fossile gli faceva sorgere dei dubbi.

I dubbi erano causati da due fenomeni. Il primo era la comparsa improvvisa delle angiosperme, ovvero le piante con fiori. Il secondo era l’esplosione del Cambriano di 550 milioni di anni fa. In poco tempo apparvero tutti i principali gruppi di animali pluricellulari. Prima del Cambriano esistevano solo organismi monocellulari.

Per difendere il gradualismo, Darwin ricorse a un’ipotesi: “La geologia è come un libro di 200 pagine di cui noi leggiamo solo la pagina 1, la 50 e la 150. Se leggete un libro così, è chiaro che vi sembreranno dei grandi salti. Ma perché? Perché non avete letto le pagine 2, 3, 4. Cioè, state leggendo un libro con le pagine strappate.”

La rivincita delle catastrofi

Tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento le cose cambiarono. Grazie a nuove tecnologie di indagine, la scienza ha dovuto ammettere che le catastrofi erano reali.

Sono emerse così le “Big Five”, le cinque grandi catastrofi realmente accadute. Coincidono con le cesure individuate da Cuvier più di 150 anni prima.

Pievani le descrive come l’irruzione del caos nell’evoluzione. È come se, durante una partita a carte, un colpo di vento scompaginasse il tavolo e cambiasse le regole del gioco. La vita è costretta a ripartire dai pochi sopravvissuti.

Le cause sono state diverse:

  • la deriva dei continenti: quando le terre si riunirono nella Pangea, le aree costiere di acque basse e ricche di ossigeno si ridussero drasticamente, con conseguenze letali per le comunità marine;
  • le super-eruzioni vulcaniche, che alterano l’ossigeno atmosferico e possono scatenare incendi globali o raffreddamenti catastrofici;
  • gli impatti di comete e asteroidi.
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Tre apocalissi e il ruolo della sorte

La più devastante di tutte fu l’estinzione del Permiano, 251 milioni di anni fa. Fu causata da imponenti eruzioni vulcaniche, che cancellarono oltre il 90% della vita.

Tra i sinapsidi, gli antenati dei mammiferi, sopravvisse una sola specie: il Lystrosaurus. Pievani lo descrive come una “simpatica mucca col rostro”. Tutta l’evoluzione successiva dei mammiferi, compresa la nostra, è passata per quel collo di bottiglia. Noi esistiamo perché il Lystrosauro è sopravvissuto.

Circa 50 milioni di anni dopo, l’estinzione del Triassico (200 milioni di anni fa) spazzò via i rincosauri. Erano grandi rettili e i dominatori del nostro pianeta in quel periodo. Se non ci fosse stata quella estinzione, non sarebbero venuti fuori i dinosauri.

L’ultima grande catastrofe è quella del Cretaceo-Paleogene, 66,3 milioni di anni fa. Un asteroide di 10 km attraversò l’atmosfera e generò un terremoto globale, che fece il giro della Terra per 30 volte. Seguirono mega-tsunami e un’atmosfera oscurata per decenni da polveri e incendi.

La fotosintesi si interruppe e le catene alimentari crollarono. Scomparve oltre il 65% delle specie terrestri. Dei dinosauri sopravvissero solo tre piccole famiglie, da cui discendono tutti gli uccelli di oggi.

“L’estinzione è molto democratica. Quando arriva, colpisce trasversalmente e non ci sono più adatti, meno adatti, più intelligenti, meno intelligenti. Colpisce a casaccio (…). Fa fuori tutti trasversalmente e i primi a pagarne le spese sono quelli che dominavano nel periodo precedente.”

Pievani ci spiega che le estinzioni di massa sono importantissime. Il suo maestro Stephen Jay Gould diceva sempre che “sono come gli incendi naturali nei boschi. Non quelli dolosi, quelli naturali. Quando si accumula troppo secco, aumenta la probabilità di un incendio. Arriva l’incendio e cosa succede dopo l’incendio? Il bosco torna più ricco e più lussureggiante di prima, con i suoi tempi, ovviamente. Quindi sono come dei momenti in cui si spazzano via tutte le forme che si erano stabilizzate, che stavano stagnando, potremmo dire. E il motore dell’evoluzione riparte”.

Tre lezioni dalle estinzioni

Dalle apocalissi Pievani ne ricava tre insegnamenti teorici.

  1. Ritmo ed ecologia. L’evoluzione non è sempre lenta e costante. Quando il contesto ecologico cambia troppo in fretta, le specie non hanno il tempo di riadattarsi geneticamente.
  2. Contingenza e ragionamento controfattuale. Per un astrofisico, l’asteroide che colpisce la Terra è un evento normale, governato da leggi fisiche note. Per la biologia terrestre è invece puramente casuale. Due elementi indipendenti, l’asteroide e l’evoluzione, si incontrano per caso. Da quell’incontro dipende tutto ciò che viene dopo.

Questo è il significato di contingenza: la storia della vita non segue un percorso obbligato. Per misurarne la portata si usa il ragionamento controfattuale. Cioè ci si chiede cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente.

Gould lo faceva con il suo “Professor Velociraptor”. Se l’asteroide ci avesse mancati per un pelo, oggi a tenere lezione all’università potrebbe esserci una civiltà di dinosauri intelligenti. L’umanità, quindi, non è l’esito inevitabile dell’evoluzione. È il frutto di un colpo di fortuna cosmico.

  1. La staffetta evolutiva. Prima dell’impatto i mammiferi erano piccoli animali notturni e marginali, i “ratti del Mesozoico”, che vivevano all’ombra dei grandi rettili. Avevano però pelliccia, sangue caldo e l’abitudine di accumulare semi nelle tane.

Quando i grandi rettili scomparvero a causa dell’asteroide, i mammiferi ereditarono le nicchie rimaste vuote. È come in una staffetta in cui il testimone passa da un gruppo a un altro. I mammiferi si diversificarono in leoni, balene, elefanti, primati e, infine, nell’uomo.

Homo sapiens, figlio di eventi casuali

Siamo, nelle parole di Pievani, “i figli della fine del mondo degli altri”. La storia di Homo sapiens è fatta di eventi geologici e climatici che non avevano nulla a che fare con noi, ma senza i quali non esisteremmo.

Dopo il famoso asteroide, i mammiferi si diversificarono e tra loro comparvero i primati, ma per arrivare a noi servirono altri due colpi di caso:

La Rift Valley (circa 10 milioni di anni fa). La formazione di questa grande frattura divise l’Africa in due zone climatiche. A ovest restarono le foreste umide, habitat di gorilla e scimpanzé. A est la spaccatura bloccò l’umidità proveniente dall’Atlantico e creò radure e savana secca. I nostri antenati, rimasti a est, non scelsero di lasciare la foresta: fu la foresta a scomparire intorno a loro. Dovettero adattarsi agli spazi aperti e svilupparono il bipedismo.

L’Istmo di Panama (circa 2 milioni di anni fa). La chiusura di questo ponte di terra tra le due Americhe alterò le correnti oceaniche e innescò continue oscillazioni climatiche. Con il clima che cambiava di continuo, le risorse vegetali e animali si spostavano, e le popolazioni umane le inseguirono, iniziando a migrare fuori dall’Africa. Da questa lunga storia di spostamenti nacque, circa 300.000 anni fa, Homo sapiens.

La sesta estinzione

Nelle estinzioni del passato i biologi hanno individuato tre precondizioni costanti: un rapido cambiamento climatico, un’alterazione dell’atmosfera e un forte stress ecologico improvviso.

Oggi si ripresentano tutte e tre insieme e questa volta lo stress non viene da un asteroide o da un vulcano: viene da noi.

Anche nei periodi tranquilli le specie si estinguono: è un ricambio naturale, che gli scienziati chiamano “tasso di fondo”, cioè il ritmo medio con cui le specie scompaiono nel corso di milioni di anni. Oggi, però, le specie spariscono a una velocità circa cento volte superiore a quella normale. Per questo molti scienziati parlano di una Sesta Estinzione di massa.

La differenza: possiamo prevenire

A differenza dei dinosauri, noi sappiamo cosa stiamo facendo e possiamo prevenire. Pievani cita uno studio del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, e sottolinea come prevenire significa due cose: ridurre le cause del problema, cioè le emissioni e prepararsi alle conseguenze, per esempio con difese contro alluvioni e siccità:

“ogni euro investito in prevenzione ne fa risparmiare tra 6 e 7 nell’arco di dieci anni, perché evitare i danni costa molto meno che ripararli”.

Il vero rischio del cambiamento climatico, sottolinea, non è l’estinzione immediata della nostra specie, ma l’innesco di drammatiche ingiustizie sociali ed etiche. Pagheranno il prezzo più alto i più fragili dei paesi ricchi, come anziani e bambini, e le popolazioni dei paesi poveri della fascia equatoriale, che hanno contribuito per appena il 3% alle emissioni globali pur subendone quasi tutti i costi. Lo stesso vale per le paure apocalittiche sull’Intelligenza Artificiale: la sfida non sono gli scenari da fine del mondo, ma la capacità delle istituzioni di imporre regole, etica e governance nell’interesse collettivo.

Un po’ di vernice sulla Tour Eiffel

Pievani chiude con una metafora scritta da Mark Twain nel 1902. Se la storia della vita sulla Terra è la Tour Eiffel, la presenza dell’umanità è solo l’ultimo, infinitesimo strato di vernice sulla cima. Eppure la nostra vanità ci porta a credere che l’intera torre sia stata costruita per sorreggere quel frammento di vernice.

Cosa significa essere “figli della fine del mondo degli altri”

Ora che ho messo in fila tutta la storia, la frase che dà il titolo a questo articolo mi sembra molto più chiara di quando l’ho sentita la prima volta.

Ogni passaggio che abbiamo attraversato ha la stessa struttura: un mondo finisce e proprio perché finisce, ne comincia un altro. Il Permiano cancella oltre il 90% della vita e lascia in piedi un solo sinapside, il Lystrosaurus. Il Triassico spazza via i rincosauri e apre la strada ai dinosauri. Il Cretaceo-Paleogene elimina i dinosauri e consegna ai piccoli mammiferi notturni le nicchie rimaste vuote. In ognuno di questi casi, la fine del mondo di qualcuno è stata l’occasione per qualcun altro.

Noi siamo l’ultimo anello di questa staffetta. Esistiamo perché un asteroide ha colpito la Terra 66 milioni di anni fa, perché una frattura ha diviso l’Africa e ha trasformato le foreste in savana, perché il clima ha oscillato e ci ha spinti a muoverci. Nessuno di questi eventi era diretto verso di noi. Siamo il risultato di una serie di accidenti, non il punto d’arrivo di un progetto. Ed è proprio questo il senso della metafora di Twain: la Tour Eiffel non è stata costruita per reggere la vernice.

C’è però un secondo livello, ed è quello che per me rende la frase così inquietante. Per la prima volta, la fine del mondo di qualcun altro, cioè la sesta estinzione in corso, ha un responsabile con un nome e un cognome: Homo sapiens. I dinosauri non sapevano cosa stesse per colpirli, mentre noi sappiamo cosa stiamo facendo, e abbiamo gli strumenti per cambiare rotta.

Essere figli della fine del mondo degli altri vuol dire allora due cose. Significa riconoscere che siamo qui per una serie di coincidenze fortunate, e che questo dovrebbe renderci meno arroganti. E significa capire che, a differenza di chi ci ha preceduto, possiamo scegliere se essere a nostra volta la fine del mondo di qualcun altro, oppure no.

Fonti

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